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05/05/2013 e 12/05/2013 orario continuato dalle ore 10.00 alle ore 20.00
DOMENICHE
19/05/2013 e 26/05/2013
dalle ore 15.00 alle ore 19.30

“Qui Sira”, il centro commerciale, voi tutti lo conoscete. Una scalinata scenografica, enorme, una cupola monumentale, a forma di piramide, ne segnano l’ingresso. L’edificio in parte ricorda la facciata di una villa veneta con corpo centrale aggettante e barchesse ai lati, in parte un palazzo orientale, uscito dalla fantasia di un europeo, che non si è mai mosso da casa. Non è la solita costruzione commerciale, che si posa su una spalmatura di cemento come un grande scatolone, dimenticato su un parcheggio dopo un trasloco. Non è la solita architettura commerciale, perché Sira non fu la solita imprenditrice. Nessuno si offenda, cosa volete, sono una pronipote! “La Sira, ha fatto un impero!”, dicono tutti coloro che l’hanno conosciuta, e ricordano il suo inizio nel 1955.
Sira Rubinato nacque a Fossalunga nel gennaio del 1931, da una famiglia di media condizione, senza lussi e senza troppe ristrettezze. Secondogenita di quattro figli: Noemi, la maggiore, e poi Irma e Ruggero. Il padre, Giovanni, possedeva una falegnameria, con alcuni lavoranti. Qualche campo integrava l’economia domestica, come si usava allora. La madre, Clorinda Rossi, badava alla casa e che i figli rigassero diritto; e dato il carattere della signora Clorinda era pressoché impossibile il contrario. Sira si distingueva dalle sorelle per una certa debolezza di costituzione. Magra, minuta, inappetente, facile allo sconforto e cagionevole di salute, le fu risparmiato il lavoro dei campi e ogni lavoro pesante. Finita la quinta elementare, fu mandata da due sorelle sarte del paese ad imparare il mestiere. Questa fu l’ultima decisione che la sua famiglia prese per lei.
Ventunenne comunicò a suo padre la decisione di andare a lavorare in Svizzera per guadagnare il denaro, con cui costruire casa assieme al futuro sposo, Pietro Favaro. Non fu proprio come nella straziante canzone dell’emigrante mammarulo:
“Mamma mia dammi cento lire, che in America voglio andar, Cento lire io te li dò, ma in America no, no, no”.
Il padre si oppose alla partenza della figlia, sia per tenerezza sia per orgoglio. Ma al contrario che nella canzone, il padre non aveva i soldi per trattenerla. “Papà” disse Sira, “me i deto ti i schei par mettar su casa? No?No te i ghe? Aeora papà, te devi assarme partir!”.
Partì per la Svizzera con una valigia simile ad un pezzo di arredamento domestico: di legno assai lucida, provvista di una maniglia di ottone splendente, e con dentro un salame avvolto in un canovaccio a frange. Rimase in Svizzera tre anni. Tornò con i denari tintinnanti e le idee ben chiare. Aveva servito come cameriera, lavorato in un negozio di stoffe, e in un hotel come addetta al guardaroba. Cucire, tagliare, fare vestiti non avrebbe mai reso come comprare e rivendere.
Dopo il matrimonio, per acquistare i primi scampoli vendette la sua dote matrimoniale. Dotata di senso pratico e priva di sentimentalismo piagnucoloso, affittava il suo abito da sposa e quelli delle sue sorelle Noemi e Irma alle compaesane che si dovevano sposare. Li allargava, li stringeva, li allungava, li modificava senza scrupoli a seconda della corporatura delle fanciulle che, se arrivarono vergini al matrimonio, lo fecero con un vestito dalle molte vicende. Vendeva scampoli per i paesi intorno a Fossalunga, spostandosi con un motorino provvisto di un piccolo carretto, di quelli che si usano in campagna. In questo periodo oscuro e faticoso, raggranellò i soldi per aprire nel 1955 un negozietto di mercerie, filati e stoffe, a Fossalunga, in via Trieste 15, sopra la sua abitazione, nella quale al pian terreno c’era anche la piccola officina di suo marito, di professione fabbro. Sarebbe ingiusto tacere che all’inizio della attività commerciale di Sira il marito contribuì non poco col suo lavoro; d’altro canto lei si era prodigata in modo, direi, commovente, per poterlo sposare, andando in Svizzera per tre anni e svolgendo tre lavori.

Negli anni ’60 l’economia si riprese, e gli Italiani ripresero vita, dopo gli anni postbellici fatti di disoccupazione, dopo i pasti monotematici a base di polenta interrotti solo dal pesce del venerdì e dalla carne della domenica, dopo i vestiti rivoltati con tenacia e passati fino al decimo figlio, dopo gli abiti da sposa noleggiati, fino al cedimento irreparabile delle cuciture, che si aprivano impudicamente su matrimoni riparatori.
Il negozio di Sira si ingrandì, prima a scapito dell’officina del marito, e poi dell’abitazione. Infine nel 1966 Sira acquistò la falegnameria del padre, che era adiacente, espandendosi ancora di più.
Oggi abituati al minimalismo convenzionale dei negozi e dei bar tutti uguali, freddi, disadorni, come la cella frigorifera di una macelleria comunale, ricordiamo con nostalgia quel negozio affollato di merce e di clienti. Era colmo dei più svariati e bei capi di abbigliamento, assortiti e ammassati come in un meraviglioso bazar, come in un sogno dell’abbondanza. Enormi scatoloni traboccavano di capi firmati, di capi di stock, che ogni settimana arrivavano da varie province d’Italia. E le signore, con le figlie, con le amiche si divertivano a rimestare con foga negli scatoloni, prese dal piacere, dalla sorpresa, dall’eccitazione quasi infantile, di trovare vestiti stupendi a prezzi assai bassi. I mariti pazienti e rassegnati aspettavano seduti sui divani in stile ottocentesco, tappezzati a fiori, bassini, dai quali poi era pressoché impossibile alzarsi. I mariti impazienti aspettavano fuori, controllando la propria automobile acquistata a rate, in mezzo alle altre automobili dei clienti, parcheggiate selvaggiamente su entrambi i lati di via Trieste. Questa strada era ostruita come la vena di un arteriosclerotico e le corriere del signor Martignago, proprietario a Fossalunga di un’agenzia di trasporti, non riuscivano a passare. I fidanzati volenterosi, e avidi di riconoscenze non meglio specificabili, attendevano in piedi, fuori dai camerini, reggendo con le braccia vigorose borse e cappotti.
Sira alla cassa, come il generale sulla vedetta, controllava le commesse con l’occhio attento del padrone, scrutava i clienti con l’occhio apprensivo della chioccia. Impossibile uscire dal negozio senza aver comprato qualcosa, sia per l’assortimento della merce, sia perché Sira rimediava con affabilità all’acquisto mancato, fosse per la fretta del cliente o per la poca esperienza di una giovane commessa: “Come? Nol gha trovà niente, in una bottega cussì granda? Non xè posibie! El vegne co mi, caro. Cossa voeo, ste commesse e xè tanto zovane, e xè inamorae. El vegne, che co tuta a strada che el gha fatto par vegnar da mi, el gha da ciaparse almanco a benzina”.
Era impossibile non essere sedotti dalla simpatia di questa padrona di casa, che, dopo aver tanto tirato il carretto degli scampoli e della vita, era diventata una donna padrona di sé, dai modi garbati e spiritosi.
Tuttavia il carretto Sira lo tirò sempre e con lungimiranza, perché questo era nella sua natura. Certo, colse gli anni fortunati del boom economico, ma la sua attività non fu mai inferiore alla sua fortuna, anzi.
Non fu abile soltanto a vendere, ma anche a comprare e ottenere prestiti e finanziamenti, senza i quali, come è noto, un’impresa non può andare avanti. Una sua segretaria, ora pensionata, mi racconta con ammirazione e non senza nostalgia la diplomazia di Sira nel farsi concedere un prestito da una banca, nell’acquistare da un’azienda grandi quantità di capi, riuscendo lei stessa a imporre il prezzo: “No poso comprarghe a roba a tuti sti schei. El me capise, mi gho na botegona granda in un paese de campagna che nesuno conose, devo tegnarme basa coi presi. Non gho mia na botegheta cea in centro a Treviso. Però se lu me fa ben, mi ghe svodo el magazin!”. Telefonate di questo tenore avvenivano negli anni ’80 e ’90, quando i “Magazzini Sira” misuravano 5000 metri quadrati e giungevano clienti anche da fuori del Veneto.
“Il pesce grande mangia il pesce piccolo” diceva Sira alla fine degli anni ’70, “e mi devo ingrandir, se no i me magna mi”. Ingrandirsi, espandersi, aumentare il volume degli affari, allargare la cerchia dei clienti, oltre i confini regionali: questo progettava Sira.
Nel 1982, a pochi passi dalla vecchia bottega, aprì i “Magazzini Sira”. I clienti vi accedevano per una larga scala scenografica, sormontata da un’imponente piramide che di notte si illuminava. I clienti salivano le scale e dicevano: “La Sira ha fatto un impero!”. E Sira era sempre lì, alla cassa, come un capitano al timone, che non abbandona la nave, e in caso di avarìa la lascia per ultimo, o ci muore anche dentro, se è il caso. E poi stesso entusiasmo, stessa affabilità.
Mentre all’inizio degli anni ‘80 l’attrice americana Jane Fonda, di sei anni più giovane di Sira, saltellava forsennatamente ostentando un corpo scarnificato e giovanile, la nostra imprenditrice era ingrassata con non curanza, e serenamente propensa a continuare sulla strada dell’edonismo gastronomico. Nonostante l’adipe maestoso aveva un incedere lesto e leggero, il quale le permetteva di giungere alle spalle delle cassiere col passo silente e felpato del gatto. A onor del vero, una volta, poco prima dei cinquant’anni, quando aveva ancora i capelli tinti di rosso e portava gonne a tubo o leggermente svasate al fondo, si mise a dieta. La seguì rigorosamente, per un pranzo: fine del pranzo, fine della dieta. Le gonne strette furono rimpiazzate da ampi tailleur; dal fluttuante taglio obliquo per celare l’abbondante pinguedine; in raso di seta perché ne amava il fruscio signorile e la lucentezza perlacea. I colori erano l’avorio, il giallo zafferano, il blu diplomatico, il verde mela, il glicine. Rare volte metteva il nero. Una spilla grande quanto una mano, o un fiore di seta particolarmente rigoglioso interrompevano la monotonia della tinta unita. I capelli biondi erano tagliati a caschetto con la riga in parte, ossia il taglio “Vergottini”, dal nome dell’inventore, il celebre parrucchiere di Padova. Calzava decolté, mai sandali, neanche d’estate, neanche con i dolori podalici. Per la bocca carnosa, per i grandi occhi dal vasto arco cigliare, molti le dicevano che assomigliava a Sophia Loren. E questo è un onore, penso, per la Loren.
Amava i gioielli grandi, importanti, le catene d’oro piene, e non sopportava il tintinnio miserabile di quelle vuote o semi-vuote.
Del vuoto infatti aveva un giusto orrore, fosse il vuoto del negozio senza i suoi clienti, senza la merce che doveva traboccare; o fosse il vuoto dell’intelligenza e del cuore. Non fu mai promotrice di quelle iniziative benefiche a beneficio dei promotori. Dopo la sua morte venni a sapere da una mia parente di aiuti assai larghi, generosi, fatti con disinvoltura per non offendere, e con discrezione per non apparire; perché era una donna appariscente, ma non d’apparenza.
Seppe mantenere il suo modo di fare ironico e piacevole anche nei giorni difficili dell’operazione a un tumore e della convalescenza in ospedale. Oltre ai figli amorevoli, Roberto e Carmen, al nipote Giovanni, ai parenti di tutti i gradi, agli amici di tutte le date, e ai commessi del negozio, in reparto era un susseguirsi di clienti, che non venivano a consolare l’afflitta, ma a visitare una persona che amavano e stimavano. Credetemi, io ero presente: adolescente goffa e insicura, scrutavo quella donna che, pur in ospedale, conservava la maestà di una sovrana e la piacevolezza di un’intrattenitrice, con la battuta pronta e il sorriso spontaneo.
Ero onorata di esserle utile. Mi mandava a comprarle la crema per le mani di Dior, il gelato alla panna, e il prosciutto crudo, in una nota gastronomia di Montebelluna, la piccola città dove era ricoverata. Se non aveva perso il suo spirito, non aveva perso neanche il suo appetito. Mangiare le piaceva. E ora, pare, aveva un motivo in più per non mettersi a dieta, sempre secondo la sua personale opinione. Ai medici dell’ospedale che le consigliavano di perdere peso lei rispondeva: “Dotor, gho el tumor, se no magno, el tumor me magna mi!”. E sorrideva.
“Mangiare, non essere mangiati”, questo potrebbe essere stato il motto di Sira. A differenza dell’esitante e pallido Amleto, che non sapeva cosa fare, Sira aveva le idee chiare e l’energia per realizzarle.
“Il pesce grande mangia quello piccolo, e se mi non me ingrandiso i me magna mi”. E fu così che Sira si ingrandì ancora. Nel 1997 inaugurò il nuovo centro commerciale “Qui Sira” con dodici negozi, un parcheggio sotterraneo, dal quale i clienti sono condotti all’interno tramite un ascensore in cristallo degno di un lussuoso hotel, e dai pavimenti in una ceramica più splendente del marmo. Anche le due entrate laterali del centro commerciale sono fornite di un’ampia scala e di una copertura grandiosa.
Sui due ingressi del centro commerciale, intarsiata nel pavimento c’è una grande lettera “S” a forma di cigno, come quella che il marito Pietro le foggiò in ferro per decorare i cancelli del negozio nel 1983.
Dopo la sua morte nel giugno del 2001, l’attività fu continuata dai figli Roberto e Carmen, fino a qualche tempo fa.
Ora Carmen continua da sola. Nel 2009 Carmen ha inaugurato il “Sira Fashion Outlet”, all’interno dello stesso centro commerciale. In mille metri quadrati sono presenti le più importanti firme dell’abbigliamento di ogni genere e tipo. I capi non sono negli scatoloni come nel negozio di Sira quarant’anni fa, però l’assortimento da sogno dell’abbondanza, il piacere di trovare capi firmati a prezzi assai bassi sono gli stessi.
Carmen continua l’opera della madre con la stessa determinazione, con la stessa linea aziendale, ma con una linea fisica più somigliante a quella del padre Pietro, così slanciato e snello.
Nel Medioevo si diceva: “i nomi sono conseguenza delle cose”, ossia “nomina sunt consequentia rerum”. Sira è un nome latino, e significa “stella luminosa”. E è proprio così, Sira è una stella che continuerà a brillare, sempre, ovunque e Qui.
Irene Carnio